Ci siamo avvicinati al disco di Marco Acquaviva, in arte U.XO, con un filo di ritardo rispetto alla sua uscita ufficiale, Novembre 2009, dopo quasi un anno siamo riusciti ad ascoltare, assimilare e affezionarci alla sua nuova prova chiamata UXO1, un lp di ben 22 minitracce che ci introducono a piene mani nel mondo musicale di U.X.O, un primo capitolo ufficiale, dopo  “QSG”, “Feline Life”, “QSG2” con Filastine e il CDR “The Jellyfish” ora in free download su Queenspectra.
UXO1 è decisamente un lavoro ricco di contaminazioni e influenze di vario genere. Attitudine ‘punk’ rintracciabile nella spontaneità dell’intero disco; la rivisitazione di un certo mondo electro fatto di synth, line melodiche minimali e beat dritti del più sano dell’hip hop sono solo alcuni elementi della sua musica, possiamo dire molto probabilmente che questo è il lavoro più completo e vario che il nostro Marco riesce a mettere insieme, 22 brevi tappe, 22 foto messe insieme a formare un unico collage, vari piani e sequenze di un film non girato che si sovrappongono e si alternano in un beatape tutto italiano sullo stile “Donuts” o i “Beat  Konducta” del primo Madlib tutta sostanza e con meno manie megalomane.
Il piatto è ricco e le tracce da menzionare sarebbero veramente molte, quasi sicuramente ognuno di voi troverà un brano preferito diverso rispetto ad altri, spiccano per vari motivi sicuramente: “Isn’t It”, “The Heat”, “Iron Dandelion”, “Playrobot” e “Chicken Wings”, ma la scelta è veramente imbarazzante, se questa recensione un po’ vi ha incuriosito non esistate nel visitare il suo myspace o ascoltare il recente mix con molti inediti fatto per ‘Passion Junkies’.
Via MusicaoltranzaVoto (1-5) : 4

Ci siamo avvicinati al disco di Marco Acquaviva, in arte U.XO, con un filo di ritardo rispetto alla sua uscita ufficiale, Novembre 2009, dopo quasi un anno siamo riusciti ad ascoltare, assimilare e affezionarci alla sua nuova prova chiamata UXO1, un lp di ben 22 minitracce che ci introducono a piene mani nel mondo musicale di U.X.O, un primo capitolo ufficiale, dopo “QSG”, “Feline Life”, “QSG2” con Filastine e il CDR “The Jellyfish” ora in free download su Queenspectra.

UXO1 è decisamente un lavoro ricco di contaminazioni e influenze di vario genere. Attitudine ‘punk’ rintracciabile nella spontaneità dell’intero disco; la rivisitazione di un certo mondo electro fatto di synth, line melodiche minimali e beat dritti del più sano dell’hip hop sono solo alcuni elementi della sua musica, possiamo dire molto probabilmente che questo è il lavoro più completo e vario che il nostro Marco riesce a mettere insieme, 22 brevi tappe, 22 foto messe insieme a formare un unico collage, vari piani e sequenze di un film non girato che si sovrappongono e si alternano in un beatape tutto italiano sullo stile “Donuts” o i “Beat Konducta” del primo Madlib tutta sostanza e con meno manie megalomane.

Il piatto è ricco e le tracce da menzionare sarebbero veramente molte, quasi sicuramente ognuno di voi troverà un brano preferito diverso rispetto ad altri, spiccano per vari motivi sicuramente: “Isn’t It”, “The Heat”, “Iron Dandelion”, “Playrobot” e “Chicken Wings”, ma la scelta è veramente imbarazzante, se questa recensione un po’ vi ha incuriosito non esistate nel visitare il suo myspace o ascoltare il recente mix con molti inediti fatto per ‘Passion Junkies’.

Via Musicaoltranza
Voto (1-5) : 4

The Whitefield Brothers - Earthology
Se vi piacciono Clutchy Hopkins, El Michels Affair, Karl Hector & The Malcouns, The Heliocentrics, NOMO ed altri gruppi (ne sono, per fortuna, sempre di più) che mischiano la tradizione dell’Afrobeat, il calore del Funk, gli spigoli del Jazz e le simmetrie dell’Hip-Hop, i Whitefield Brothers dovrebbero piacervi ugualmente. I due fratelli sono tedeschi e si chiamano Jan e Max Weissenfeldt, il primo si occupa di chitarre e partiture, il secondo delle ritmiche, in più fanno parte, in singolo o in coppia, di diversi collettivi accomunati dal medesimo approccio orchestrale verso un certo tipo di sound, come ad esempio Poets Of Rhythm e i già citati Karl Hector & The Malcouns. “Earthology”, il loro secondo disco, esce per la Now-Again e segue la ristampa (Egon non sbaglia un colpo!) di “In The Raw”, datato in origine duemiladue; la novità, rispetto a quest’ultimo, è data dalla presenza del Rap in un paio di brani, per il resto abbiamo un’imponente ossatura di Funk, fiati e xilofoni (“Safari Strut”), flauti dolci e campanacci (“Reverse”, “The Gift”), strumenti a corda probabilmente asiatici (“Taisho”) o provenienti dal bacino del mediterraneo (“Sem Yelesh”), tromboni (“Sad Nile”), percussioni in legno (“Ntu”) e un’estetica globale che potremmo definire solo così: psichedelica. Si intuisce, insomma, il desiderio di contaminare le strutture e i ritmi della musica afro-americana attraverso una gustosa esplorazione dei cinque continenti, il che riesce a tradurre compiutamente il termine earthology. Poco prima si diceva anche degli ospiti, sebbene non siano molti i loro interventi sono ben dosati e riescono ad aver un senso all’interno di un disco che, tutto sommato, se fosse rimasto interamente strumentale avrebbe conservato la stessa e identica levatura: Percee P e MED se la giocano in casa, perché arrivano dal roster della Stones Throw, Edan e Mr. Lif assieme funzionano sempre perciò sono i benvenuti. Tolti loro c’è spazio per gli El Michels Affair, i quali continuano a viziarci con dell’ottima musica dopo i tributi ad Isaac Hayes e al Wu-Tang Clan, Quantic (eclettico produttore poli-strumentista) ed altri musicisti presenti qua e là. Se non si fosse ancora capito, “Earthology” gira nello stereo che è un piacere.
Voto (1-5) : 4+
Via Rapmaniacz recensione scritta con Bra

The Whitefield Brothers - Earthology

Se vi piacciono Clutchy Hopkins, El Michels Affair, Karl Hector & The Malcouns, The Heliocentrics, NOMO ed altri gruppi (ne sono, per fortuna, sempre di più) che mischiano la tradizione dell’Afrobeat, il calore del Funk, gli spigoli del Jazz e le simmetrie dell’Hip-Hop, i Whitefield Brothers dovrebbero piacervi ugualmente. I due fratelli sono tedeschi e si chiamano Jan e Max Weissenfeldt, il primo si occupa di chitarre e partiture, il secondo delle ritmiche, in più fanno parte, in singolo o in coppia, di diversi collettivi accomunati dal medesimo approccio orchestrale verso un certo tipo di sound, come ad esempio Poets Of Rhythm e i già citati Karl Hector & The Malcouns. “Earthology”, il loro secondo disco, esce per la Now-Again e segue la ristampa (Egon non sbaglia un colpo!) di “In The Raw”, datato in origine duemiladue; la novità, rispetto a quest’ultimo, è data dalla presenza del Rap in un paio di brani, per il resto abbiamo un’imponente ossatura di Funk, fiati e xilofoni (“Safari Strut”), flauti dolci e campanacci (“Reverse”, “The Gift”), strumenti a corda probabilmente asiatici (“Taisho”) o provenienti dal bacino del mediterraneo (“Sem Yelesh”), tromboni (“Sad Nile”), percussioni in legno (“Ntu”) e un’estetica globale che potremmo definire solo così: psichedelica. Si intuisce, insomma, il desiderio di contaminare le strutture e i ritmi della musica afro-americana attraverso una gustosa esplorazione dei cinque continenti, il che riesce a tradurre compiutamente il termine earthology. Poco prima si diceva anche degli ospiti, sebbene non siano molti i loro interventi sono ben dosati e riescono ad aver un senso all’interno di un disco che, tutto sommato, se fosse rimasto interamente strumentale avrebbe conservato la stessa e identica levatura: Percee P e MED se la giocano in casa, perché arrivano dal roster della Stones Throw, Edan e Mr. Lif assieme funzionano sempre perciò sono i benvenuti. Tolti loro c’è spazio per gli El Michels Affair, i quali continuano a viziarci con dell’ottima musica dopo i tributi ad Isaac Hayes e al Wu-Tang Clan, Quantic (eclettico produttore poli-strumentista) ed altri musicisti presenti qua e là. Se non si fosse ancora capito, “Earthology” gira nello stereo che è un piacere.

Voto (1-5) : 4+

Via Rapmaniacz recensione scritta con Bra

Fashawn - Boy Meets World
Interamente prodotta dall’eclettico Exile, “Boy Meets World” è la prima prova ufficiale del ventenne Santiago Leyva alias Fashawn. Un ottimo biglietto da visita per il giovane rapper californiano, che sin dai primi ascolti suscita nell’ascoltatore un’impressione assolutamente positiva: oramai in un periodo dove le uscite discografiche interessanti scarseggiano, è sempre più raro ritrovarsi di fronte a debutti che godono di un livello qualitativo così alto e se nel complesso abbiamo a che fare con un disco così ben realizzato la parte maggiore del merito proviene proprio dal talento di Fashawn. Talento che ritroviamo sia nella scrittura che nella tecnica, “Boy Meets World” gode infatti di testi comunicativi ed interessanti, un flow magari a volte un tantino anonimo ma decisamente solido e una forte carica interpretativa, questo suo primo lavoro riesce dunque a collocare immediatamente l’mc tra i nuovi nomi da tenere d’occhio. Nonostante provenga da una situazione familiare difficile, Fashawn non sembra voglia sottolineare questa sua condizione in maniera così drammatica, mantiene al contrario uno spirito positivo anche nei brani in cui racconta le difficoltà che ha affrontato e visto negli anni, ci parla della sua infanzia, del posto da cui proviene e di tante altre situazioni complicate, ma sempre in maniera abbastanza ottimistica, ciò avviene in particolare in “Life As A Shorty” e “The Ecology”, passando per “Father” e fino ad arrivare a “Bo Jackson” e “When She Calls”. Gli spunti di riflessione sono però molteplici e difatti c’è spazio anche per momenti più leggeri, ad esempio “Freedom” ed “Our Way”, che comunque non cadono nel banale. Salvo un paio di episodi, ovvero “Sunny CA.” o “Lupita”, i brani ben congeniati sono la maggioranza, tracce come “Hey Young World”, “Stars” e “Father” mandano il disco in repeat appena si giunge al termine, perché propongono ottime liriche che riescono a sposarsi perfettamente con i beat di Exile. Ecco, se proprio dobbiamo trovare un punto più debole, le produzioni di quest’ultimo in alcuni episodi deludono un po’: per chi è abituato ad ascoltare beat di ottima fattura, proprio come quelli del beat tape “Radio”, alcuni passaggi presenti in “Boy Meets World” non rendono giustizia alle potenzialità del produttore statunitense. Ad ogni modo “Boy Meets World” si posiziona lo stesso tra i dischi più interessanti usciti nel 2009, una buona e promettente prima prova da parte di Fashawn.
Voto (1-5) : 4—
Via Rapmaniacz

Fashawn - Boy Meets World

Interamente prodotta dall’eclettico Exile, “Boy Meets World” è la prima prova ufficiale del ventenne Santiago Leyva alias Fashawn. Un ottimo biglietto da visita per il giovane rapper californiano, che sin dai primi ascolti suscita nell’ascoltatore un’impressione assolutamente positiva: oramai in un periodo dove le uscite discografiche interessanti scarseggiano, è sempre più raro ritrovarsi di fronte a debutti che godono di un livello qualitativo così alto e se nel complesso abbiamo a che fare con un disco così ben realizzato la parte maggiore del merito proviene proprio dal talento di Fashawn. Talento che ritroviamo sia nella scrittura che nella tecnica, “Boy Meets World” gode infatti di testi comunicativi ed interessanti, un flow magari a volte un tantino anonimo ma decisamente solido e una forte carica interpretativa, questo suo primo lavoro riesce dunque a collocare immediatamente l’mc tra i nuovi nomi da tenere d’occhio. Nonostante provenga da una situazione familiare difficile, Fashawn non sembra voglia sottolineare questa sua condizione in maniera così drammatica, mantiene al contrario uno spirito positivo anche nei brani in cui racconta le difficoltà che ha affrontato e visto negli anni, ci parla della sua infanzia, del posto da cui proviene e di tante altre situazioni complicate, ma sempre in maniera abbastanza ottimistica, ciò avviene in particolare in “Life As A Shorty” e “The Ecology”, passando per “Father” e fino ad arrivare a “Bo Jackson” e “When She Calls”. Gli spunti di riflessione sono però molteplici e difatti c’è spazio anche per momenti più leggeri, ad esempio “Freedom” ed “Our Way”, che comunque non cadono nel banale. Salvo un paio di episodi, ovvero “Sunny CA.” o “Lupita”, i brani ben congeniati sono la maggioranza, tracce come “Hey Young World”, “Stars” e “Father” mandano il disco in repeat appena si giunge al termine, perché propongono ottime liriche che riescono a sposarsi perfettamente con i beat di Exile. Ecco, se proprio dobbiamo trovare un punto più debole, le produzioni di quest’ultimo in alcuni episodi deludono un po’: per chi è abituato ad ascoltare beat di ottima fattura, proprio come quelli del beat tape “Radio”, alcuni passaggi presenti in “Boy Meets World” non rendono giustizia alle potenzialità del produttore statunitense. Ad ogni modo “Boy Meets World” si posiziona lo stesso tra i dischi più interessanti usciti nel 2009, una buona e promettente prima prova da parte di Fashawn.

Voto (1-5) : 4—

Via Rapmaniacz

Afta-1 - FORM
L.A. è oramai di nuovo un enorme focolaio di artisti, sono molte, infatti, le personalità interessanti che spuntano fuori di tanto in tanto dalla città degli angeli e Manuel Moran, in arte Afta-1, è tra questi, l’ennesima conferma di come un giovane produttore possa rimescolare le carte in tavola proponendo musica di grande sostanza. Tutto ciò grazie al suo “FORM”, secondo album (ed ennesimo lavoro dopo miriadi di podcast-mix che hanno invaso la rete) ascoltabile per intero da qui. Per quanto possa apparire banale dire che “FORM” è un disco interessante, mi sembra sia comunque l’aggettivo che più gli si addice; Afta-1 sposta ancora una volta l’asse tra Black Music ed Elettronica da ascolto su nuovi piani, pur senza stravolgere molto quanto fatto da chi lo ha preceduto e riuscendo a dare al tutto un sapore intenso che arricchisce determinate sonorità di nuova linfa vitale. Il tutto è un ottimo mix di arte e musica a trecentosessanta gradi, basti notare la cura maniacale posta nel creare l’edizione limitata in cassetta del disco e l’assoluta centralità della componente grafica. Il senso stesso del titolo, chiarito proprio da Afta-1, è esplicativo del suo intento: La forma è per definizione la modalità in cui una cosa esiste, agisce o si manifesta. E’ il fondamento da cui tutte le cose sono percepibili nel mondo fisico. La nostra realtà prende forma come noi ne visualizziamo la sua manifestazione. Una volta visualizzata può essere creata fisicamente. Prendere parte alla costruzione della nostra esistenza esteriore è come un riflesso di ciò che siamo dentro; Vita, Amore, Creazione. I suoni astratti e sperimentali si mescolano così con naturalezza in un ibrido musicale fatto di Elettronica, Hip-Hop e Jazz/Soul dalle sfumature molto spirituali, attraverso un gioco continuo di elementi che danno vita a un’atmosfera onirica e leggera, che culla l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota, traccia dopo traccia. Il trasporto emotivo con cui sono stati composti gli undici brani è quasi tangibile: “FORM” è un ascolto molto piacevole, è musica da sottofondo che può farci compagnia durante i momenti in cui desideriamo ritagliarci del tempo per noi stessi, è, citando ancora Afta-1, Listen, Vibrate and Create…
Voto (1-5) : 4
Via Rapmaniacz

Afta-1 - FORM

L.A. è oramai di nuovo un enorme focolaio di artisti, sono molte, infatti, le personalità interessanti che spuntano fuori di tanto in tanto dalla città degli angeli e Manuel Moran, in arte Afta-1, è tra questi, l’ennesima conferma di come un giovane produttore possa rimescolare le carte in tavola proponendo musica di grande sostanza. Tutto ciò grazie al suo “FORM”, secondo album (ed ennesimo lavoro dopo miriadi di podcast-mix che hanno invaso la rete) ascoltabile per intero da qui. Per quanto possa apparire banale dire che “FORM” è un disco interessante, mi sembra sia comunque l’aggettivo che più gli si addice; Afta-1 sposta ancora una volta l’asse tra Black Music ed Elettronica da ascolto su nuovi piani, pur senza stravolgere molto quanto fatto da chi lo ha preceduto e riuscendo a dare al tutto un sapore intenso che arricchisce determinate sonorità di nuova linfa vitale. Il tutto è un ottimo mix di arte e musica a trecentosessanta gradi, basti notare la cura maniacale posta nel creare l’edizione limitata in cassetta del disco e l’assoluta centralità della componente grafica. Il senso stesso del titolo, chiarito proprio da Afta-1, è esplicativo del suo intento: La forma è per definizione la modalità in cui una cosa esiste, agisce o si manifesta. E’ il fondamento da cui tutte le cose sono percepibili nel mondo fisico. La nostra realtà prende forma come noi ne visualizziamo la sua manifestazione. Una volta visualizzata può essere creata fisicamente. Prendere parte alla costruzione della nostra esistenza esteriore è come un riflesso di ciò che siamo dentro; Vita, Amore, Creazione. I suoni astratti e sperimentali si mescolano così con naturalezza in un ibrido musicale fatto di Elettronica, Hip-Hop e Jazz/Soul dalle sfumature molto spirituali, attraverso un gioco continuo di elementi che danno vita a un’atmosfera onirica e leggera, che culla l’ascoltatore dalla prima all’ultima nota, traccia dopo traccia. Il trasporto emotivo con cui sono stati composti gli undici brani è quasi tangibile: “FORM” è un ascolto molto piacevole, è musica da sottofondo che può farci compagnia durante i momenti in cui desideriamo ritagliarci del tempo per noi stessi, è, citando ancora Afta-1, Listen, Vibrate and Create…

Voto (1-5) : 4

Via Rapmaniacz

Roc Marciano - Marcberg
Roc Marciano è un mc proveniente da Hempstead (nello stato di New York) e nonostante sia oramai un veterano del Rap game non è mai stato molto sotto i riflettori. Eppure ha militato, in passato, nella Flipmode Squad, ha fatto parte del supergruppo The U.N. al fianco di un certo Pete Rock, ma tra tape non ufficiali e sporadiche apparizioni al fianco di Busta Rhymes e GZA (tanto per citare due nomi a caso) solo in questo duemiladieci si presenta al pubblico Hip-Hop con un intero album ufficiale, preceduto da un breve EP dal medesimo titolo. Fuori per Fat Beats, “Marcberg”, senza troppi giri di parole, è un ottimo disco, un ottimo disco di Rap, che trasmette Hip-Hop in ogni sua singola nota. Magari non brillerà per innovazione, ma è anche vero che cercare a tutti i costi la sperimentazione non è sempre necessario e in questo caso, infatti, abbiamo tra le mani un lavoro comunque ben realizzato, che ha più o meno tutto ciò che un fruitore di un certo tipo di musica può aspettarsi. E poi, è sì abbastanza classico, ma nemmeno così scontato nella forma. “Marcberg” ha dalla sua delle liriche che colpiscono sin dai primi ascolti, Marciano possiede un flow pungente, testi con contenuti, forse non sempre originali, però sviluppati sotto un interessante punto di vista, interpretati con vigore ed eseguiti in maniera trascinante, così da condurre l’ascoltatore nel vivo delle strade della grande mela. Ottime anche le produzioni, sempre dello stesso Roc, inevitabilmente tagliate a pennello per le atmosfere molto concrete di “Marcberg”. Gli episodi riusciti sono davvero tanti, quasi tutte le tracce hanno il loro perché; da menzionare giusto alcuni episodi che vi obbligheranno sicuramente al repeat: “Snow”, “Ridin Around”, “Panic”, “It’s A Crime”, “Whateva Whateva”, “Don Shit”, “Thugs Prayer”, “Jungle Fever” e “Raw Deal”. In definitiva, Roc Marciano ha messo sul mercato un lavoro di altro pregio, ripagando tutte le aspettative che gravitavano attorno al suo nome fin dai tempi di “UN OR U OUT”.
Voto (1-5) : 4
Via Rapmaniacz

Roc Marciano - Marcberg

Roc Marciano è un mc proveniente da Hempstead (nello stato di New York) e nonostante sia oramai un veterano del Rap game non è mai stato molto sotto i riflettori. Eppure ha militato, in passato, nella Flipmode Squad, ha fatto parte del supergruppo The U.N. al fianco di un certo Pete Rock, ma tra tape non ufficiali e sporadiche apparizioni al fianco di Busta Rhymes e GZA (tanto per citare due nomi a caso) solo in questo duemiladieci si presenta al pubblico Hip-Hop con un intero album ufficiale, preceduto da un breve EP dal medesimo titolo. Fuori per Fat Beats, “Marcberg”, senza troppi giri di parole, è un ottimo disco, un ottimo disco di Rap, che trasmette Hip-Hop in ogni sua singola nota. Magari non brillerà per innovazione, ma è anche vero che cercare a tutti i costi la sperimentazione non è sempre necessario e in questo caso, infatti, abbiamo tra le mani un lavoro comunque ben realizzato, che ha più o meno tutto ciò che un fruitore di un certo tipo di musica può aspettarsi. E poi, è sì abbastanza classico, ma nemmeno così scontato nella forma. “Marcberg” ha dalla sua delle liriche che colpiscono sin dai primi ascolti, Marciano possiede un flow pungente, testi con contenuti, forse non sempre originali, però sviluppati sotto un interessante punto di vista, interpretati con vigore ed eseguiti in maniera trascinante, così da condurre l’ascoltatore nel vivo delle strade della grande mela. Ottime anche le produzioni, sempre dello stesso Roc, inevitabilmente tagliate a pennello per le atmosfere molto concrete di “Marcberg”. Gli episodi riusciti sono davvero tanti, quasi tutte le tracce hanno il loro perché; da menzionare giusto alcuni episodi che vi obbligheranno sicuramente al repeat: “Snow”, “Ridin Around”, “Panic”, “It’s A Crime”, “Whateva Whateva”, “Don Shit”, “Thugs Prayer”, “Jungle Fever” e “Raw Deal”. In definitiva, Roc Marciano ha messo sul mercato un lavoro di altro pregio, ripagando tutte le aspettative che gravitavano attorno al suo nome fin dai tempi di “UN OR U OUT”.

Voto (1-5) : 4

Via Rapmaniacz

Sha Stimuli - My Soul To Keep
Sha Stimuli è un rapper di Brooklyn e, come altri, anch’egli non ha avuto vita facile con l’industria discografica, inizialmente infatti sotto contratto con la Virgin, Sha era pronto a rilasciare il suo album di debutto, ma a causa della solita politica delle major alla fine ha dovuto optare per la via del circuito indipendente. Dal 2006 al 2009 ha pubblicato comunque una serie notevole di mixtape, è apparso a fianco di altri artisti come Nas, Maino ed Uncle Murder, fino a lanciare, nell’autunno del 2009, questa sua prima prova solista intitolata “My Soul To Keep”. La prima cosa che si nota dopo pochi ascolti è che si ha a che fare con un album abbastanza eterogeneo, specialmente per quanto riguarda le sonorità e le atmosfere dei vari brani, si passa velocemente da tracce con un sound Jazz e Soul ad altre che ammiccano a sonorità più R’n’B, ci troviamo comunque di fronte a produzioni di adeguata fattura, con un buon uso di melodie e sessioni ritmiche che si sposano correttamente con lo stile e i testi di Sha, anche se la presenza di elementi un po’ troppo inflazionati, come l’uso di vocine pichate o i clap, così di moda ultimamente, vanno ad appiattire un tantino il disco. Sha Stimuli, dal canto suo, offre una buona prova, riuscendo a reggere egregiamente un album intero: la sua voce è ruvida, ha un flow deciso, anche se a volte si lascia sopraffare un po’ troppo dal beat perdendo di incisività, la scrittura è buona, i testi, nonostante affrontano temi non originalissimi, hanno un certo contenuto. C’è spazio per il proprio punto di vista sullo stato attuale dell’Hip-Hop, i richiami introspettivi di “My Soul”, “Blasphemy” è incentrata sulla religione e affronta il tema in maniera un po’ polemica, non manca il rapporto con l’altro sesso, come in “I Wish I Was U”, mentre “Have You Seen Him?” racconta di un padre assente. Insomma, c’è tanta carne al fuoco, alcuni elementi sono ben sviluppati ma purtroppo sono presenti anche dei passi falsi, dalle scelte produttive non sempre all’altezza (come in “The Smelly Cat Song” o “My Girl”, con Khaliq) ad alcuni cantati inadeguati; buone invece le performance di Torae in “What’s Wrong With That?” e di Peter Hartmann, che canta un bellissimo ritornello su “Hang On” (da sottolineare anche il sassofono di G-Clef). Se non avete mai ascoltato nulla di Sha Stimuli, “My Soul To Keep” può essere senz’altro un buon punto di partenza. Anche se non privo di difetti.
Voto (1-5) : 3/3,5
Via Rapmaniacz

Sha Stimuli - My Soul To Keep

Sha Stimuli è un rapper di Brooklyn e, come altri, anch’egli non ha avuto vita facile con l’industria discografica, inizialmente infatti sotto contratto con la Virgin, Sha era pronto a rilasciare il suo album di debutto, ma a causa della solita politica delle major alla fine ha dovuto optare per la via del circuito indipendente. Dal 2006 al 2009 ha pubblicato comunque una serie notevole di mixtape, è apparso a fianco di altri artisti come Nas, Maino ed Uncle Murder, fino a lanciare, nell’autunno del 2009, questa sua prima prova solista intitolata “My Soul To Keep”. La prima cosa che si nota dopo pochi ascolti è che si ha a che fare con un album abbastanza eterogeneo, specialmente per quanto riguarda le sonorità e le atmosfere dei vari brani, si passa velocemente da tracce con un sound Jazz e Soul ad altre che ammiccano a sonorità più R’n’B, ci troviamo comunque di fronte a produzioni di adeguata fattura, con un buon uso di melodie e sessioni ritmiche che si sposano correttamente con lo stile e i testi di Sha, anche se la presenza di elementi un po’ troppo inflazionati, come l’uso di vocine pichate o i clap, così di moda ultimamente, vanno ad appiattire un tantino il disco. Sha Stimuli, dal canto suo, offre una buona prova, riuscendo a reggere egregiamente un album intero: la sua voce è ruvida, ha un flow deciso, anche se a volte si lascia sopraffare un po’ troppo dal beat perdendo di incisività, la scrittura è buona, i testi, nonostante affrontano temi non originalissimi, hanno un certo contenuto. C’è spazio per il proprio punto di vista sullo stato attuale dell’Hip-Hop, i richiami introspettivi di “My Soul”, “Blasphemy” è incentrata sulla religione e affronta il tema in maniera un po’ polemica, non manca il rapporto con l’altro sesso, come in “I Wish I Was U”, mentre “Have You Seen Him?” racconta di un padre assente. Insomma, c’è tanta carne al fuoco, alcuni elementi sono ben sviluppati ma purtroppo sono presenti anche dei passi falsi, dalle scelte produttive non sempre all’altezza (come in “The Smelly Cat Song” o “My Girl”, con Khaliq) ad alcuni cantati inadeguati; buone invece le performance di Torae in “What’s Wrong With That?” e di Peter Hartmann, che canta un bellissimo ritornello su “Hang On” (da sottolineare anche il sassofono di G-Clef). Se non avete mai ascoltato nulla di Sha Stimuli, “My Soul To Keep” può essere senz’altro un buon punto di partenza. Anche se non privo di difetti.

Voto (1-5) : 3/3,5

Via Rapmaniacz

Dessa - A Badly Broken Code
Ventotto anni, Dessa è alla sua prima prova solista con “A Badly Broken Code”, anticipato solo da un EP (cinque anni prima) intitolato “False Hopes”. La sua carriera prende il via, tra gli altri, assieme a P.O.S, Mike Mictlan e Cecil Otter, coi quali forma un collettivo proveniente da Minneapolis dal nome Doomtree e che comprende mc’s, produttori e dj, per un totale di nove elementi che in poco tempo sono riusciti a guadagnarsi una buona reputazione, anche se con un solo disco alle spalle intitolato, appunto, “Doomtree” (2008). La fetta più consistente di attenzione è dovuta però alla serie di live e spettacoli che li hanno visti protagonisti negli ultimi anni e che hanno fatto sì che il loro Hip-Hop fatto di produzioni particolari e testi intelligenti venisse apprezzato da più parti. Quale membro dei Doomtree, per “A Badly Broken Code” Dessa ha raccolto un giusto seguito di fan, raggiungendo un’apparizione anche nella classifica Heatseekers di Billboard. Dessa non è solo una female mc, o almeno non lo è nella concezione classica del termine, il suo è un cantautorato riflessivo, feroce, violento ed intimo al tempo stesso, questa giovane mc fa buon uso dei testi (ha recentemente pubblicato anche una raccolta di brevi racconti e poesie) e di un’interpretazione molto espressiva, forse l’unica piccola pecca è il timbro di voce, non propriamente originale o riconoscibile. La passione per la scrittura e per la comunicazione è presente, ovviamente, anche nel suo debutto, quindici tracce tra intro, interludi e brani veri e propri. Per il beatmaking Dessa è stata coadiuvata da Big Jess, Paper Tiger, Lazerbeak, Cecil Otter ed MK Larada, i quali sono riusciti a creare un tappeto sonoro coeso, pur se non particolarmente innovativo, l’insieme comunque dona al disco atmosfera ed intensità, il che si sposa perfettamente con le liriche presenti. “Poor Atlas”, “Dixon’s Girl”, “Mineshaft II” e “Matches To Paper Dolls” ne sono un chiaro esempio. Ciononostante “A Badly Broken Code” potrebbe incontrare non poche difficoltà nel suscitare un certo interesse nell’ascoltatore medio di Rap, poiché ha una serie di elementi (ad esempio alcune sonorità dolci e molto tranquille, fino all’uso frequente delle parti cantate) che in genere colpiscono maggiormente chi è più abituato ad un ascolto meno settoriale, se vogliamo anche solo per la sottile vena Pop che emerge durante un po’ tutto il disco.
Voto (1-5) : 3,5
Via Rapmaniacz

Dessa - A Badly Broken Code

Ventotto anni, Dessa è alla sua prima prova solista con “A Badly Broken Code”, anticipato solo da un EP (cinque anni prima) intitolato “False Hopes”. La sua carriera prende il via, tra gli altri, assieme a P.O.S, Mike Mictlan e Cecil Otter, coi quali forma un collettivo proveniente da Minneapolis dal nome Doomtree e che comprende mc’s, produttori e dj, per un totale di nove elementi che in poco tempo sono riusciti a guadagnarsi una buona reputazione, anche se con un solo disco alle spalle intitolato, appunto, “Doomtree” (2008). La fetta più consistente di attenzione è dovuta però alla serie di live e spettacoli che li hanno visti protagonisti negli ultimi anni e che hanno fatto sì che il loro Hip-Hop fatto di produzioni particolari e testi intelligenti venisse apprezzato da più parti. Quale membro dei Doomtree, per “A Badly Broken Code” Dessa ha raccolto un giusto seguito di fan, raggiungendo un’apparizione anche nella classifica Heatseekers di Billboard. Dessa non è solo una female mc, o almeno non lo è nella concezione classica del termine, il suo è un cantautorato riflessivo, feroce, violento ed intimo al tempo stesso, questa giovane mc fa buon uso dei testi (ha recentemente pubblicato anche una raccolta di brevi racconti e poesie) e di un’interpretazione molto espressiva, forse l’unica piccola pecca è il timbro di voce, non propriamente originale o riconoscibile. La passione per la scrittura e per la comunicazione è presente, ovviamente, anche nel suo debutto, quindici tracce tra intro, interludi e brani veri e propri. Per il beatmaking Dessa è stata coadiuvata da Big Jess, Paper Tiger, Lazerbeak, Cecil Otter ed MK Larada, i quali sono riusciti a creare un tappeto sonoro coeso, pur se non particolarmente innovativo, l’insieme comunque dona al disco atmosfera ed intensità, il che si sposa perfettamente con le liriche presenti. “Poor Atlas”, “Dixon’s Girl”, “Mineshaft II” e “Matches To Paper Dolls” ne sono un chiaro esempio. Ciononostante “A Badly Broken Code” potrebbe incontrare non poche difficoltà nel suscitare un certo interesse nell’ascoltatore medio di Rap, poiché ha una serie di elementi (ad esempio alcune sonorità dolci e molto tranquille, fino all’uso frequente delle parti cantate) che in genere colpiscono maggiormente chi è più abituato ad un ascolto meno settoriale, se vogliamo anche solo per la sottile vena Pop che emerge durante un po’ tutto il disco.

Voto (1-5) : 3,5

Via Rapmaniacz

Inspectah Deck - Manifesto
Senza troppi giri di parole, “Manifesto” è un disco che fa acqua da tutte le parti. Per anni abbiamo letto commenti del tipo Inspectah Deck è l’mc più sottovalutato del Wu-Tang Clan e bla bla bla, il che effettivamente è vero, ma solo in parte purtroppo. Quest’ultima uscita è l’ennesima conferma che Inspectah non è in grado di reggere un intero album da solo, fategli fare un featuring, offritegli una comparsata in (quasi) qualsiasi altro disco e vi darà il meglio di sé, ma per un lavoro tutto suo non aspettatevi nulla di particolare. Di opere non propriamente belle ne abbiamo a bizzeffe, figuriamoci, ma il fatto che stupisce è la magra consistenza di un prodotto proveniente da un veterano come il nostro Jason Hunter, un mc che avrebbe tutte le carte in regola per pubblicare qualcosa di quantomeno decente e che invece, puntualmente, delude le aspettative. Da “Uncontrolled Substance” abbiamo una parabola discendente senza freni, scandita (con questo) da ben quattro album, Deck non riesce ad allontanarsi dal mediocre andante e in “Manifesto” sembra ancora una volta aver perso quella verve, quel carisma e quella capacità di gestire l’aspetto musicale (nella lista dei produttori ce n’è qualcuno incommentabile) che, da uno come lui, sarebbe normale attendersi, ancora una volta il definitivo salto di qualità tarda dunque ad arrivare, un peccato, perché oramai le speranze cominciano ad essere davvero poche. Anche quando il versante lirico sembra acquisire una certa dignità, tocca registrare una serie di produzioni di dubbio gusto, se ciò non bastasse gli ospiti presenti rispondono spesso alla chiamata in maniera inadeguata. Dei venti brani, decisamente troppi, “We Get Down”, “Brothaz Respect”, “The Big Game” e “Really Real” sono solo alcuni di quelli che non avremmo mai voluto ascoltare, perciò, a conti fatti, quello di Inspectah Deck è un disco che probabilmente riceverà attenzioni solo dai più irriducibili aficionados del Clan, ma che in concreto non aggiunge nulla alla folta discografia di quest’ultimo (e pensare che nelle primissime battute c’era spazio per un paio di episodi promettenti, ovvero “The Champion” e “Born Survivor”). Niente da fare, ancora una volta Rebel INS sbaglia il colpo, per apprezzarne i pregi migliori consiglio di cercare altrove, magari nei lavori in gruppo con tutto il Wu-Tang Clan o in alcuni featuring indimenticabili. Se invece desiderate proprio ascoltare un suo disco solista che abbia qualcosa degno di nota allora dovrete fare un bel salto indietro nel tempo e provare con il suddetto “Uncontrolled Substance” (1999) o rispolverare qualche traccia di “The Movement”.
Voto (1-5) : 2/2,5
Via Rapmaniacz

Inspectah Deck - Manifesto

Senza troppi giri di parole, “Manifesto” è un disco che fa acqua da tutte le parti. Per anni abbiamo letto commenti del tipo Inspectah Deck è l’mc più sottovalutato del Wu-Tang Clan e bla bla bla, il che effettivamente è vero, ma solo in parte purtroppo. Quest’ultima uscita è l’ennesima conferma che Inspectah non è in grado di reggere un intero album da solo, fategli fare un featuring, offritegli una comparsata in (quasi) qualsiasi altro disco e vi darà il meglio di sé, ma per un lavoro tutto suo non aspettatevi nulla di particolare. Di opere non propriamente belle ne abbiamo a bizzeffe, figuriamoci, ma il fatto che stupisce è la magra consistenza di un prodotto proveniente da un veterano come il nostro Jason Hunter, un mc che avrebbe tutte le carte in regola per pubblicare qualcosa di quantomeno decente e che invece, puntualmente, delude le aspettative. Da “Uncontrolled Substance” abbiamo una parabola discendente senza freni, scandita (con questo) da ben quattro album, Deck non riesce ad allontanarsi dal mediocre andante e in “Manifesto” sembra ancora una volta aver perso quella verve, quel carisma e quella capacità di gestire l’aspetto musicale (nella lista dei produttori ce n’è qualcuno incommentabile) che, da uno come lui, sarebbe normale attendersi, ancora una volta il definitivo salto di qualità tarda dunque ad arrivare, un peccato, perché oramai le speranze cominciano ad essere davvero poche. Anche quando il versante lirico sembra acquisire una certa dignità, tocca registrare una serie di produzioni di dubbio gusto, se ciò non bastasse gli ospiti presenti rispondono spesso alla chiamata in maniera inadeguata. Dei venti brani, decisamente troppi, “We Get Down”, “Brothaz Respect”, “The Big Game” e “Really Real” sono solo alcuni di quelli che non avremmo mai voluto ascoltare, perciò, a conti fatti, quello di Inspectah Deck è un disco che probabilmente riceverà attenzioni solo dai più irriducibili aficionados del Clan, ma che in concreto non aggiunge nulla alla folta discografia di quest’ultimo (e pensare che nelle primissime battute c’era spazio per un paio di episodi promettenti, ovvero “The Champion” e “Born Survivor”). Niente da fare, ancora una volta Rebel INS sbaglia il colpo, per apprezzarne i pregi migliori consiglio di cercare altrove, magari nei lavori in gruppo con tutto il Wu-Tang Clan o in alcuni featuring indimenticabili. Se invece desiderate proprio ascoltare un suo disco solista che abbia qualcosa degno di nota allora dovrete fare un bel salto indietro nel tempo e provare con il suddetto “Uncontrolled Substance” (1999) o rispolverare qualche traccia di “The Movement”.

Voto (1-5) : 2/2,5

Via Rapmaniacz

Portformat - The Repeat Factor Remixes
Lo scorso anno Portformat è stato autore di un disco che qui da noi non ha ottenuto un grosso seguito, eppure “The Repeat Factor”, questo il titolo, non era un prodotto mediocre, anzi presentava una serie di spunti interessanti, così come i vari feat non passavano inosservati. Ora, a distanza di quasi un anno, la stessa Tokyo Dawn Records ci riprova, proponendoci una versione tutta nuova dell’onestissimo progetto iniziale il cui risultato è, appunto, “The Repeat Factor Remixes” (titolo abbastanza esplicativo). Questa seconda edizione consiste in una rivisitazione di buona parte dell’album attraverso l’alternanza di stile dei diversi produttori, che danno una loro personale rilettura alle quattordici tracce presenti. Sono coinvolti in questa interessante trovata molti producers emergenti e non, tra i tanti troviamo Comfort Fit (che ha anche mixato il tutto), Ronni Vindahl, Dandario, Jedeye, Railster, Soulparlor, Swede:art e molti altri. “The Repeat Factor Remixes” si muove così tra sonorità Hip-Hop, Dub, Wonky e funkadeliche, ritmi sincopati si uniscono a temi spaziali che si sposano con lo stile lirico delle strofe originarie di Georgia Anne Muldrow, Shuanise e Suzi Analogue. Il cd è perciò da ascoltare, magari perde la compattezza di un vero e proprio album e si avvicina più ad una compilation, ma ne guadagna sicuramente in stile e varietà: ascoltate ad esempio i remix di Opolopo, Comfort Fit, Railster, Resound, Swede:art e Ronnie Vindahl, vi accorgerete che una versione remix di “The Repeat Factor” era per certi versi necessaria, specie se ne conoscevate l’originale. A conti fatti il tutto è molto piacevole, imprevedibile nei suoni ma con un sottile filo conduttore che unisce le differenti anime musicali; certo, qualche calo non manca, tuttavia si tratta di un difetto inevitabile che riscontriamo nella stragrande maggioranza di uscite in cui è coinvolto un simile numero di produttori. Via (1-5) : 3,5/4 - -
Via Rapmaniacz

Portformat - The Repeat Factor Remixes

Lo scorso anno Portformat è stato autore di un disco che qui da noi non ha ottenuto un grosso seguito, eppure “The Repeat Factor”, questo il titolo, non era un prodotto mediocre, anzi presentava una serie di spunti interessanti, così come i vari feat non passavano inosservati. Ora, a distanza di quasi un anno, la stessa Tokyo Dawn Records ci riprova, proponendoci una versione tutta nuova dell’onestissimo progetto iniziale il cui risultato è, appunto, “The Repeat Factor Remixes” (titolo abbastanza esplicativo). Questa seconda edizione consiste in una rivisitazione di buona parte dell’album attraverso l’alternanza di stile dei diversi produttori, che danno una loro personale rilettura alle quattordici tracce presenti. Sono coinvolti in questa interessante trovata molti producers emergenti e non, tra i tanti troviamo Comfort Fit (che ha anche mixato il tutto), Ronni Vindahl, Dandario, Jedeye, Railster, Soulparlor, Swede:art e molti altri. “The Repeat Factor Remixes” si muove così tra sonorità Hip-Hop, Dub, Wonky e funkadeliche, ritmi sincopati si uniscono a temi spaziali che si sposano con lo stile lirico delle strofe originarie di Georgia Anne Muldrow, Shuanise e Suzi Analogue. Il cd è perciò da ascoltare, magari perde la compattezza di un vero e proprio album e si avvicina più ad una compilation, ma ne guadagna sicuramente in stile e varietà: ascoltate ad esempio i remix di Opolopo, Comfort Fit, Railster, Resound, Swede:art e Ronnie Vindahl, vi accorgerete che una versione remix di “The Repeat Factor” era per certi versi necessaria, specie se ne conoscevate l’originale. A conti fatti il tutto è molto piacevole, imprevedibile nei suoni ma con un sottile filo conduttore che unisce le differenti anime musicali; certo, qualche calo non manca, tuttavia si tratta di un difetto inevitabile che riscontriamo nella stragrande maggioranza di uscite in cui è coinvolto un simile numero di produttori. Via (1-5) : 3,5/4 - -

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Il Lato Oscuro Della Costa - Amore, morte, rivoluzione Registrato e mixato al Duna Studio, “Amore, Morte e Rivoluzione” è il secondo album de Il Lato Oscuro Della Costa, gruppo hip hop ravennate composto da Dj Nada alle musiche e da Moder, Penombra, Polly e Tesuan al rap. Prodotto da Semai in collaborazione con Bronson Produzioni, “Amore, Morte e Rivoluzione” è il seguito dell’esordio ufficiale “Artificious” (2006) e delle due uscite side-project a nome “Delitto Perfetto” (Doublethinkers, 2007) e “Mr. Hellink” (Grand Guigno, 2008).Sin dai primi ascolti l’impressione generale è quello di avere tra le mani un disco decisamente migliore di “Artificious” e che il gruppo sia migliorato su più fronti, dalle produzioni, alla stesura dei testi, qualche cosa che non convince è ancora presente ma si tratta di piccole cose da correggere col tempo e mi riferisco specialmente alla cadenza del rap (un flow generale che appare un po’ troppo forzato) inoltre, sarebbero un po’ da rivedere le parti cantate che non sono sempre così riuscite. Il disco comunque è ricco di spunti interessanti e la parte musicale è molto curata e ricca di sfumature, il sound finale di “Amore, Morte e Rivoluzione” si muove tra l’hip hop progressivo alla El-P, l’indie-rock dei Mars Volta, blues e rap degli ultimi Black Keys, ma anche dell’ultimo Sole and the Skyrider Band, interessante l’uso combinato di campioni e parti suonate; batterie, synth e chitarre e su questo DJ Nada ha fatto decisamente un buon lavoro.Il gruppo convince specialmente nei brani caratterizzati da una serie di immagini evocative, come in “Dopes”. Le liriche come dicevamo sopra sono ben congeniate, con contenuti, che riprendono più volte i vari significati del titolo; la passione, la morte, la vita, libertà e la rivoluzione sono analizzati sotto più punti di vista. Tra le canzoni più sentite e coinvolgenti ci sono: “Animacciaio”, ottimo beat e strofe decise, “Babele”, ben realizzata, molto tranquilla con un’atmosfera intensa. “Drive”, invece, è forse il brano più in stile Lato Oscuro, che verte su una produzione “malata” ma non eccessiva e una buona performance degli mc, ancora, Munch, la più trascinante del disco, un groove accattivante, mentre “21 Dicembre” chiude il disco nei migliori dei modi. Ecco se l’intero disco si fosse mantenuto sui livelli di questi brani avremmo potuto avere nei nostri lettori un album di ottima fattura, comunque sia questo è decisamente un lavoro “maturo” curato nei dettagli, dalle produzioni ai testi, passando per la qualità audio, fino alla bella cover disegnata da Gianluca Costantini.Via Musicaoltranza.net

Il Lato Oscuro Della Costa - Amore, morte, rivoluzione
Registrato e mixato al Duna Studio, “Amore, Morte e Rivoluzione” è il secondo album de Il Lato Oscuro Della Costa, gruppo hip hop ravennate composto da Dj Nada alle musiche e da Moder, Penombra, Polly e Tesuan al rap. Prodotto da Semai in collaborazione con Bronson Produzioni, “Amore, Morte e Rivoluzione” è il seguito dell’esordio ufficiale “Artificious” (2006) e delle due uscite side-project a nome “Delitto Perfetto” (Doublethinkers, 2007) e “Mr. Hellink” (Grand Guigno, 2008).
Sin dai primi ascolti l’impressione generale è quello di avere tra le mani un disco decisamente migliore di “Artificious” e che il gruppo sia migliorato su più fronti, dalle produzioni, alla stesura dei testi, qualche cosa che non convince è ancora presente ma si tratta di piccole cose da correggere col tempo e mi riferisco specialmente alla cadenza del rap (un flow generale che appare un po’ troppo forzato) inoltre, sarebbero un po’ da rivedere le parti cantate che non sono sempre così riuscite. Il disco comunque è ricco di spunti interessanti e la parte musicale è molto curata e ricca di sfumature, il sound finale di “Amore, Morte e Rivoluzione” si muove tra l’hip hop progressivo alla El-P, l’indie-rock dei Mars Volta, blues e rap degli ultimi Black Keys, ma anche dell’ultimo Sole and the Skyrider Band, interessante l’uso combinato di campioni e parti suonate; batterie, synth e chitarre e su questo DJ Nada ha fatto decisamente un buon lavoro.
Il gruppo convince specialmente nei brani caratterizzati da una serie di immagini evocative, come in “Dopes”. Le liriche come dicevamo sopra sono ben congeniate, con contenuti, che riprendono più volte i vari significati del titolo; la passione, la morte, la vita, libertà e la rivoluzione sono analizzati sotto più punti di vista. Tra le canzoni più sentite e coinvolgenti ci sono: “Animacciaio”, ottimo beat e strofe decise, “Babele”, ben realizzata, molto tranquilla con un’atmosfera intensa. “Drive”, invece, è forse il brano più in stile Lato Oscuro, che verte su una produzione “malata” ma non eccessiva e una buona performance degli mc, ancora, Munch, la più trascinante del disco, un groove accattivante, mentre “21 Dicembre” chiude il disco nei migliori dei modi. Ecco se l’intero disco si fosse mantenuto sui livelli di questi brani avremmo potuto avere nei nostri lettori un album di ottima fattura, comunque sia questo è decisamente un lavoro “maturo” curato nei dettagli, dalle produzioni ai testi, passando per la qualità audio, fino alla bella cover disegnata da Gianluca Costantini.
Via Musicaoltranza.net

VV.AA. “Fireworks Remixes” Ancora un’interessante release proveniente da casa Homework Rec. e come al solito free, per l’occasione il produttore Grillo ci propone una nuova versione del suo “Fireworks” uscito verso la fine del 2009. In questo “Fireworks Remixes” troviamo cinque brani dei nove presenti nella versione originale, le tracce sono state rivisitate dallo stesso Grillo, dal bolognese d’adozione Unstable Compound, dal francese Fulgeance, dal romano (Costa) ed infine dal friulano Railster.L’ep in questione racchiude alcuni dei brani migliori usciti nella precedente versione, riassemblanti, filtrati e reinterpretati attraverso lo stile dei produttori sopracitati che aggiungono e spostano l’asse delle sonorità dell’album originale verso diverse sensibilità musicali.“Fireworks Remixes” parte con “Double Rare Tender”, dubstep cupissimo di Unstable Compound per un brano dalle atmosfere “torbite” e “tormentate”, non proprio immediato ma decisamente riuscito, segue l’“Interstella Funk” di Fulgeance che remixa “Brown Box” uno dei brani migliori in assoluto della versione originale di “Fireworks”; chi segue già da qualche tempo questo producer non può farsi scappare il suo ennesimo remix, che per quanto non superi l’originale, riesce a reinventarlo mettendo su una strumentale interessante con un bel groove e un giusto uso di synth, parti ritmiche e suoni sincopati in pieno stile wonky, bella la prova di (Costa) che per quanto si allontani parecchio dallo spirito della traccia originale, sorprende positivamente con i suoi synth messi a tutto spiano per una versione estrema di “Be Aware”; invece, nel quarto brano troviamo lo stesso Grillo, la sua nuova versione di “Big City Lights” funziona decisamente bene, opposta rispetto alla già ottima traccia originale, in poco più di quattro minuti riconferma il suo talento con una buona prova; dulcis in fundo ascoltiamo alle macchine Railster che reinventa “Can Never Be” in maniera ottima, tra i remix presenti non solo è sicuramente quello che si avvicina di più alla versione originale ma è anche quello più interessante; ancora woky beat, hip hop ed elettronica con un tocco “jazz/soul” in un brano elegante e piacevole con un mood che non ha nulla da inviadiare a quello di artisti più “blasonati”. In conclusione se arrivati al termine di questa breve recensione non avete ancora scaricato nei vostri computer/lettori “Fireworks Remixes”, rimediate subito procurandovi anche l’originale, mettete il tutto in un’unica playlist, riordinate i brani e schiacciate play.Via Musicaoltranza.net

VV.AA. “Fireworks Remixes”
Ancora un’interessante release proveniente da casa Homework Rec. e come al solito free, per l’occasione il produttore Grillo ci propone una nuova versione del suo “Fireworks” uscito verso la fine del 2009. In questo “Fireworks Remixes” troviamo cinque brani dei nove presenti nella versione originale, le tracce sono state rivisitate dallo stesso Grillo, dal bolognese d’adozione Unstable Compound, dal francese Fulgeance, dal romano (Costa) ed infine dal friulano Railster.
L’ep in questione racchiude alcuni dei brani migliori usciti nella precedente versione, riassemblanti, filtrati e reinterpretati attraverso lo stile dei produttori sopracitati che aggiungono e spostano l’asse delle sonorità dell’album originale verso diverse sensibilità musicali.
“Fireworks Remixes” parte con “Double Rare Tender”, dubstep cupissimo di Unstable Compound per un brano dalle atmosfere “torbite” e “tormentate”, non proprio immediato ma decisamente riuscito, segue l’“Interstella Funk” di Fulgeance che remixa “Brown Box” uno dei brani migliori in assoluto della versione originale di “Fireworks”; chi segue già da qualche tempo questo producer non può farsi scappare il suo ennesimo remix, che per quanto non superi l’originale, riesce a reinventarlo mettendo su una strumentale interessante con un bel groove e un giusto uso di synth, parti ritmiche e suoni sincopati in pieno stile wonky, bella la prova di (Costa) che per quanto si allontani parecchio dallo spirito della traccia originale, sorprende positivamente con i suoi synth messi a tutto spiano per una versione estrema di “Be Aware”; invece, nel quarto brano troviamo lo stesso Grillo, la sua nuova versione di “Big City Lights” funziona decisamente bene, opposta rispetto alla già ottima traccia originale, in poco più di quattro minuti riconferma il suo talento con una buona prova; dulcis in fundo ascoltiamo alle macchine Railster che reinventa “Can Never Be” in maniera ottima, tra i remix presenti non solo è sicuramente quello che si avvicina di più alla versione originale ma è anche quello più interessante; ancora woky beat, hip hop ed elettronica con un tocco “jazz/soul” in un brano elegante e piacevole con un mood che non ha nulla da inviadiare a quello di artisti più “blasonati”. In conclusione se arrivati al termine di questa breve recensione non avete ancora scaricato nei vostri computer/lettori “Fireworks Remixes”, rimediate subito procurandovi anche l’originale, mettete il tutto in un’unica playlist, riordinate i brani e schiacciate play.
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Brain - Brainstorm Dopo due dischi, Graffi Sul Vetro (2006) e Full Immersion (2008), con la crew bolognese Fuoco Negli Occhi, Francesco Spatafora a.k.a. Brain, classe ‘83 è alla sua prima prova solista con questo “BrainStorm”. Album solista prodotto da Semai, nuova etichetta indipendente fondata da Andrea Scardovi a.k.a. Duna; breaker di fama internazionale con la Break The Funk e titolare del Duna Studio di Russi (Ravenna), un lavoro serrato di musica rap “nuda e cruda”.Iniziamo subito dicendo che il concept di partenza del disco di matrice psicanalitica è interessante e a volte veramente ben realizzato, mentre in altre resta giusto un accenno, dove è la voce finale tra un brano è l’altro di Michasoul che ci riporta all’ idea iniziale. Brain, infatti, parte dalla citazione più o meno approfondita di questo concetto psicologico che cerca un modo creativo come chiave alla soluzione dei problemi, per poi usarlo come “meta-linguaggio all’interno del suo rap”. Il disco è di buona fattura, nonostante la presenza di altri personaggi al micro, Brain riesce a giostrare lo spazio a disposizione e mette bene in luce le sue capacità, tecniche innanzitutto. Facendo un breve excursus tra gli ospiti presenti ascoltiamo: Kiave in “HipHopCondria”, brano tra l’altro con un ritornello abbastanza infelice che verte su una base funk di DJ Lugi che per quanto sia di buona fattura purtroppo stona con l’atmosfera un po’ “torbida” dell’intero lavoro, seguono poi Ensi, Prosa e Michasoul in “Sono” e infine Chiodo e di nuovo Michasoul in “Terra di nessuno”, ecco, sinceramente oltre Kiave, gli interventi presenti non riescono a dare un apporto “fondamentale” ai brani, strofe e ritornelli abbastanza “regolari”, ma è Brain che “regala” le cose migliori. Alle macchine troviamo Specta, ex-componente della leggendaria crew francese Supa Saian, il già citato Dj Lugi, MareMarco, TaCash, Manto, Freshbeat, Bargeman47 e Dj Cue L300, affidate a Shezan Il Ragio e Madj le due bonus track, personalmente evitabili, proprio per via delle produzioni, la prima è un remix che non aggiunge nulla all’ottima “Proprio tu” e la seconda “Giusto Nel Tempo di un Joint” è lasciata un po’ così al caso, gli altri si mantengono su livelli alquanto omogeneo, non ci sono particolari cadute di stile ma neanche trovate così “geniali”.Nel complesso è un disco rap quasi sopra la media rispetto alle uscite nostrane degli ultimissimi anni, dove il tecnicismo lirico di Brain a volte però prende un tantino il sopravvento sui contenuti, sono infatti, punchlines, “rime da battaglia”, autocelebrazione e una precisione metrica invidiabile, gli elementi più presenti, in “DimmiMòDiNo” ad esempio. Diciamo che un maggiore equilibrio tra tecnica e contenuti non avrebbe guastato, i brani più interessanti sono proprio quelli dove il nostro MC trova la giusta dose tra i due elementi, ad esempio: “Come”, “Zero” e “Proprio tu”.
Voto (1-5): 3Via Musicaoltranza.net

Brain - Brainstorm
Dopo due dischi, Graffi Sul Vetro (2006) e Full Immersion (2008), con la crew bolognese Fuoco Negli Occhi, Francesco Spatafora a.k.a. Brain, classe ‘83 è alla sua prima prova solista con questo “BrainStorm”. Album solista prodotto da Semai, nuova etichetta indipendente fondata da Andrea Scardovi a.k.a. Duna; breaker di fama internazionale con la Break The Funk e titolare del Duna Studio di Russi (Ravenna), un lavoro serrato di musica rap “nuda e cruda”.

Iniziamo subito dicendo che il concept di partenza del disco di matrice psicanalitica è interessante e a volte veramente ben realizzato, mentre in altre resta giusto un accenno, dove è la voce finale tra un brano è l’altro di Michasoul che ci riporta all’ idea iniziale. Brain, infatti, parte dalla citazione più o meno approfondita di questo concetto psicologico che cerca un modo creativo come chiave alla soluzione dei problemi, per poi usarlo come “meta-linguaggio all’interno del suo rap”. Il disco è di buona fattura, nonostante la presenza di altri personaggi al micro, Brain riesce a giostrare lo spazio a disposizione e mette bene in luce le sue capacità, tecniche innanzitutto. Facendo un breve excursus tra gli ospiti presenti ascoltiamo: Kiave in “HipHopCondria”, brano tra l’altro con un ritornello abbastanza infelice che verte su una base funk di DJ Lugi che per quanto sia di buona fattura purtroppo stona con l’atmosfera un po’ “torbida” dell’intero lavoro, seguono poi Ensi, Prosa e Michasoul in “Sono” e infine Chiodo e di nuovo Michasoul in “Terra di nessuno”, ecco, sinceramente oltre Kiave, gli interventi presenti non riescono a dare un apporto “fondamentale” ai brani, strofe e ritornelli abbastanza “regolari”, ma è Brain che “regala” le cose migliori. Alle macchine troviamo Specta, ex-componente della leggendaria crew francese Supa Saian, il già citato Dj Lugi, MareMarco, TaCash, Manto, Freshbeat, Bargeman47 e Dj Cue L300, affidate a Shezan Il Ragio e Madj le due bonus track, personalmente evitabili, proprio per via delle produzioni, la prima è un remix che non aggiunge nulla all’ottima “Proprio tu” e la seconda “Giusto Nel Tempo di un Joint” è lasciata un po’ così al caso, gli altri si mantengono su livelli alquanto omogeneo, non ci sono particolari cadute di stile ma neanche trovate così “geniali”.

Nel complesso è un disco rap quasi sopra la media rispetto alle uscite nostrane degli ultimissimi anni, dove il tecnicismo lirico di Brain a volte però prende un tantino il sopravvento sui contenuti, sono infatti, punchlines, “rime da battaglia”, autocelebrazione e una precisione metrica invidiabile, gli elementi più presenti, in “DimmiMòDiNo” ad esempio. Diciamo che un maggiore equilibrio tra tecnica e contenuti non avrebbe guastato, i brani più interessanti sono proprio quelli dove il nostro MC trova la giusta dose tra i due elementi, ad esempio: “Come”, “Zero” e “Proprio tu”.

Voto (1-5): 3
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Smania Uagliuns - Rural Chic Revolution Chi sono gli Smania Uagliuns ? sono un giovane gruppo composto da tre baldi giovani, ossia: Enz The Agronomist, produttore; MC e cantante insieme a Cynar Fleva, entrambi provenienti da Agromonte (Basilicata) e Giann The Dirty Trumpet, polistrumentista del gruppo e cantante, questa la formazione fissa, nel disco e nei live i nostri sono comunque accompagnati anche da altri musicisti. Questo “Rural Chic Revolution” è il loro primo disco vero e proprio, anticipato solo da un ep uscito nel 2004 dal titolo “Ne vedo 2”.Il disco, pubblicato verso la fine del 2008, continua a ricevere apprezzamenti e riconoscimenti positivi da diverse parti, non ultimo il premio del 2009 assegnato dal MEI. “Rural chic revolution” si muove tra sonorità hip hop, electro funk, psichedelica, con influenze funk, jazz e un tocco elettronico, il tutto “dosato” in maniera veramente ottima, un suono probabilmente difficilmente rintracciabile in altri artisti, specie se rapportato al panorama musicale nostrano, mentre spostandoci all’ estero gli Smania ricordano tantissimo musicisti come i Sa-Ra, o ancora i PPP o gli Electric Wire Hustle, con le dovute differenze e peculiarità del caso, il gruppo infatti, ha un tocco comunque del tutto personale, partono da influenze e sonorità che hanno ispirato anche i gruppi sopracitati riuscendo ad andare anche oltre, dalla loro hanno trovate musicali originali e un linguaggio innovativo, d’ effetto.Gli spunti interessanti si “sprecano” in un lavoro complesso, ricco di musica e storie, originale e ironico, non mancano momenti più “riflessivi”, come in “Estraniati”, “Ossessioni”, “L’illusione” e “Veng’ da”. Il disco parte con la trascinante “Rural Chic Revolution”, segue “80’s Uagliuns”, un vero e proprio manifesto del gruppo, nel quale raccontano delle loro influenze musicali e di come si sono avvicinati alla musica, in pratica in quasi 5 minuti vi ritroverete a piene mani nel loro mondo. Il funk e il groove tiratissimo dei primi due brani è presente in tutte le 18 tracce. Io da qui in poi vi descriverei brano per brano tutto il disco ma non credo riuscirei ad avere il loro stesso impatto, vi consiglio comunque di dedicargli un ascolto attento, brani come “Psychedelici”, la “strozzata” “Estraniati”, 
“Blus Di Frus” sono delle chicche, in più gli skit sono esilaranti, l’ interlude “Tropp’ Cazz’ Pa’ Capa” è assurda, riuscitissime sono anche: “Rural Gangster”, “Insoddisfatto Eterno” e “Compagno Di Sbronze”, giusto per citarne altre e se anche voi una volta terminato l’ascolto del disco avrete ancora fame di “Smania” scaricatevi in free download l’ ottimo “The ReddArmy Mixes”, un breve disco di remix affidato ai talentuosi produttori della Reddarmy, tra quelli presenti vi segnalo “Psichedelici” rivisitato da Railster.L’ unico “difetto” forse sta nel fatto che non per tutti l’ascolto risulterà semplicissimo, il disco è molto ricco, di musica, di elementi che si incontrano e si fondono, in più il dialetto in alcuni punti non è facilissimo da comprendere immediatamente, ma come diceva qualcuno “se non capisci le parole puoi sentire il funk” e qui ce n’ è tanto.Voto (1-5): 4-via Musicaoltranza

Smania Uagliuns - Rural Chic Revolution
Chi sono gli Smania Uagliuns ? sono un giovane gruppo composto da tre baldi giovani, ossia: Enz The Agronomist, produttore; MC e cantante insieme a Cynar Fleva, entrambi provenienti da Agromonte (Basilicata) e Giann The Dirty Trumpet, polistrumentista del gruppo e cantante, questa la formazione fissa, nel disco e nei live i nostri sono comunque accompagnati anche da altri musicisti. Questo “Rural Chic Revolution” è il loro primo disco vero e proprio, anticipato solo da un ep uscito nel 2004 dal titolo “Ne vedo 2”.
Il disco, pubblicato verso la fine del 2008, continua a ricevere apprezzamenti e riconoscimenti positivi da diverse parti, non ultimo il premio del 2009 assegnato dal MEI. “Rural chic revolution” si muove tra sonorità hip hop, electro funk, psichedelica, con influenze funk, jazz e un tocco elettronico, il tutto “dosato” in maniera veramente ottima, un suono probabilmente difficilmente rintracciabile in altri artisti, specie se rapportato al panorama musicale nostrano, mentre spostandoci all’ estero gli Smania ricordano tantissimo musicisti come i Sa-Ra, o ancora i PPP o gli Electric Wire Hustle, con le dovute differenze e peculiarità del caso, il gruppo infatti, ha un tocco comunque del tutto personale, partono da influenze e sonorità che hanno ispirato anche i gruppi sopracitati riuscendo ad andare anche oltre, dalla loro hanno trovate musicali originali e un linguaggio innovativo, d’ effetto.
Gli spunti interessanti si “sprecano” in un lavoro complesso, ricco di musica e storie, originale e ironico, non mancano momenti più “riflessivi”, come in “Estraniati”, “Ossessioni”, “L’illusione” e “Veng’ da”. Il disco parte con la trascinante “Rural Chic Revolution”, segue “80’s Uagliuns”, un vero e proprio manifesto del gruppo, nel quale raccontano delle loro influenze musicali e di come si sono avvicinati alla musica, in pratica in quasi 5 minuti vi ritroverete a piene mani nel loro mondo. Il funk e il groove tiratissimo dei primi due brani è presente in tutte le 18 tracce. Io da qui in poi vi descriverei brano per brano tutto il disco ma non credo riuscirei ad avere il loro stesso impatto, vi consiglio comunque di dedicargli un ascolto attento, brani come “Psychedelici”, la “strozzata” “Estraniati”, 
“Blus Di Frus” sono delle chicche, in più gli skit sono esilaranti, l’ interlude “Tropp’ Cazz’ Pa’ Capa” è assurda, riuscitissime sono anche: “Rural Gangster”, “Insoddisfatto Eterno” e “Compagno Di Sbronze”, giusto per citarne altre e se anche voi una volta terminato l’ascolto del disco avrete ancora fame di “Smania” scaricatevi in free download l’ ottimo “The ReddArmy Mixes”, un breve disco di remix affidato ai talentuosi produttori della Reddarmy, tra quelli presenti vi segnalo “Psichedelici” rivisitato da Railster.
L’ unico “difetto” forse sta nel fatto che non per tutti l’ascolto risulterà semplicissimo, il disco è molto ricco, di musica, di elementi che si incontrano e si fondono, in più il dialetto in alcuni punti non è facilissimo da comprendere immediatamente, ma come diceva qualcuno “se non capisci le parole puoi sentire il funk” e qui ce n’ è tanto.
Voto (1-5): 4-
via Musicaoltranza

Hudson Mohawke - Butter Sì, era inevitabile, prima o poi doveva uscire anche il suo album, l’hype creatosi negli ultimi due anni intorno al suo nome è stato alquanto particolare e per certi versi inaspettato, deve aver spiazzato lo stesso Ross Birchard. Ma, vuoi per l’innegabile talento, vuoi per la sua giovane età, il disco di Hudson Mohawke era atteso da molti e dunque “Butter” cade a pennello e placa un po’ la curiosità da parte di molti che sentivano il bisogno di ascoltare qualcosa di nuovo, specialmente dopo il fortunato EP “Polyfolk Dance”. Eccoci, non so se dire finalmente o meno, con il suo primo disco ufficiale tra le mani, un album vero e proprio che vede protagonista il ventiduenne beatmaker scozzese dietro le macchine. “Butter”, già dopo un primo ascolto, risulta essere sicuramente un disco che spiazza, tremendamente ricco di musica e prodotto bene, il fatto che Hudson Mo sappia come lavorare i suoni è oramai cosa risaputa e qui si sente l’esigenza del (seppur giovanissimo) musicista di andare oltre, cercando di provocare e sconvolgere nuovamente l’ascoltatore, rimescolando ancora una volta le carte in tavola. Quindi, a conti fatti, cosa ci attende? Certamente un buon album, ricco di suoni, con un grosso lavoro di editing alle spalle, orchestrazioni particolari, trovate azzardate e talvolta al limite del buon gusto, un tocco kitsch e pregno di elementi ed effetti irrequieti; un lavoro, insomma, in cui la personalità eclettica di Mohawke trova pieno spazio, musica solare e rumorosa, con synth, voci pitchate e sample burrosi, un disco dall’aria divertita. Abbiamo brani che convincono, nei quali la parte eclettica sana viene fuori con gran stile, come in “Gluetooth”, “No One Could Ever”, la bellissima “Joy Fantastic”, “Rising 5”, “FUSE” e “Tell Me What You Want From Me”, tuttavia non è tutto oro ciò che luccica e talvolta Hudson perde un po’ la bussola, tirando un po’ troppo la corda fino a risultare, senza esagerare troppo, un tantino sgradevole, in alcuni brani le cose che non convincono a pieno sono un po’ troppe ed è il caso di “Twistclip Loop”, “Fruit Touch”, “Trykk” e “Star Crackout”. Attenzione: sicuramente il disco non è da buttare, anzi si notano delle idee che vanno apprezzate e anche lo sforzo creativo, il cui obiettivo è di creare qualcosa di nuovo, non è da poco, in futuro però il nostro Ross avrà modo di migliorare e “Butter” è un passo in più verso la vetta. Vediamo solo che strada…Voto (1-5): 3,5/4-via RapManiacZ

Hudson Mohawke - Butter
Sì, era inevitabile, prima o poi doveva uscire anche il suo album, l’hype creatosi negli ultimi due anni intorno al suo nome è stato alquanto particolare e per certi versi inaspettato, deve aver spiazzato lo stesso Ross Birchard. Ma, vuoi per l’innegabile talento, vuoi per la sua giovane età, il disco di Hudson Mohawke era atteso da molti e dunque “Butter” cade a pennello e placa un po’ la curiosità da parte di molti che sentivano il bisogno di ascoltare qualcosa di nuovo, specialmente dopo il fortunato EP “Polyfolk Dance”. Eccoci, non so se dire finalmente o meno, con il suo primo disco ufficiale tra le mani, un album vero e proprio che vede protagonista il ventiduenne beatmaker scozzese dietro le macchine. “Butter”, già dopo un primo ascolto, risulta essere sicuramente un disco che spiazza, tremendamente ricco di musica e prodotto bene, il fatto che Hudson Mo sappia come lavorare i suoni è oramai cosa risaputa e qui si sente l’esigenza del (seppur giovanissimo) musicista di andare oltre, cercando di provocare e sconvolgere nuovamente l’ascoltatore, rimescolando ancora una volta le carte in tavola. Quindi, a conti fatti, cosa ci attende? Certamente un buon album, ricco di suoni, con un grosso lavoro di editing alle spalle, orchestrazioni particolari, trovate azzardate e talvolta al limite del buon gusto, un tocco kitsch e pregno di elementi ed effetti irrequieti; un lavoro, insomma, in cui la personalità eclettica di Mohawke trova pieno spazio, musica solare e rumorosa, con synth, voci pitchate e sample burrosi, un disco dall’aria divertita. Abbiamo brani che convincono, nei quali la parte eclettica sana viene fuori con gran stile, come in “Gluetooth”, “No One Could Ever”, la bellissima “Joy Fantastic”, “Rising 5”, “FUSE” e “Tell Me What You Want From Me”, tuttavia non è tutto oro ciò che luccica e talvolta Hudson perde un po’ la bussola, tirando un po’ troppo la corda fino a risultare, senza esagerare troppo, un tantino sgradevole, in alcuni brani le cose che non convincono a pieno sono un po’ troppe ed è il caso di “Twistclip Loop”, “Fruit Touch”, “Trykk” e “Star Crackout”. Attenzione: sicuramente il disco non è da buttare, anzi si notano delle idee che vanno apprezzate e anche lo sforzo creativo, il cui obiettivo è di creare qualcosa di nuovo, non è da poco, in futuro però il nostro Ross avrà modo di migliorare e “Butter” è un passo in più verso la vetta. Vediamo solo che strada…
Voto (1-5): 3,5/4-
via RapManiacZ

Electric Wire Hustle - Electric Wire Hustle Gli Electric Wire Hustle provengono dalla Nuova Zelanda, esattamente da Wallington, sono un gruppo composto essenzialmente da tre elementi, ovvero: Mara TK, cantante e chitarrista, il produttore Taay Ninh e il batterista Myele Manzanza. Per farvi un idea più precisa date uno sguardo veloce alle influenze sul loro myspace, si notano immediatamente le icone dei dischi di Common, Marvin Gaye, D’Angelo, Erykah Badu, PPP e via discorrendo…dopodiché vi basterà ascoltare il singolo, “Perception”, per notare quanto gli EWH abbiano assorbito dalla musica degli artisti appena citati. L’attitudine che hanno intenzione di seguire è più o meno la stessa, un’attitudine che ritroviamo nella loro capacità di creare una musica dolce, elegante, accattivante ma allo stesso tempo non da carta patinata. Se in genere amate un certo tipo di mood tranquillo, che oscilla tra Soul, Funk, con sprazzi di Hip-Hop e la giusta dose di Elettronica e Psichedelia, allora vi verrà facile entrare in sintonia con le loro composizioni, se, al contrario, cercate storie di strada, rime ruvide e beat grassi, allora vi sarà difficile immergervi a pieno in questo mondo fatto di Soulful, cantati e melodie mielose giusto quanto basta. Dal 2006, anno in cui il gruppo si è formato realizzando una serie di live che li hanno visti dividere i palchi con gente come Benji B, Alice Russell, Steve Spacek e Dj Krush, sono piovuti apprezzamenti di vario genere, oggi finalmente ci troviamo dinnanzi al loro debutto, decisamente buono: se in alcune soluzioni, per certi versi, ricordano un po’ troppo altri gruppi loro affini, come i PPP o, azzardando, i Sa-Ra Creative Partners, il trio riesce comunque a produrre dell’ottima musica, proponendo trovate davvero interessanti (ad esempio in “Chaser” o nella stessa “Perception”) e mantenendo un tratto molto coerente. In più nel disco sono presenti diversi featuring, alcuni davvero ben riusciti, su tutti quelli di Stacy Epps in “Walk On” e, con una sempre brava Georgia Anne Muldrow, in “This World”. L’album non ha particolari difetti o enormi sbavature, magari alcuni passaggi potevano essere rivisti affinando un po’ il taglio musicale e cercando di essere più incisivi, ma si tratta pur sempre di un debutto (preceduto solo da un 12”, “Perception”/”Longtime”), perciò sinceramente c’è ben poco da appuntare.Voto (1-5): 4—via RapManiacZ

Electric Wire Hustle - Electric Wire Hustle
Gli Electric Wire Hustle provengono dalla Nuova Zelanda, esattamente da Wallington, sono un gruppo composto essenzialmente da tre elementi, ovvero: Mara TK, cantante e chitarrista, il produttore Taay Ninh e il batterista Myele Manzanza. Per farvi un idea più precisa date uno sguardo veloce alle influenze sul loro myspace, si notano immediatamente le icone dei dischi di Common, Marvin Gaye, D’Angelo, Erykah Badu, PPP e via discorrendo…dopodiché vi basterà ascoltare il singolo, “Perception”, per notare quanto gli EWH abbiano assorbito dalla musica degli artisti appena citati. L’attitudine che hanno intenzione di seguire è più o meno la stessa, un’attitudine che ritroviamo nella loro capacità di creare una musica dolce, elegante, accattivante ma allo stesso tempo non da carta patinata. Se in genere amate un certo tipo di mood tranquillo, che oscilla tra Soul, Funk, con sprazzi di Hip-Hop e la giusta dose di Elettronica e Psichedelia, allora vi verrà facile entrare in sintonia con le loro composizioni, se, al contrario, cercate storie di strada, rime ruvide e beat grassi, allora vi sarà difficile immergervi a pieno in questo mondo fatto di Soulful, cantati e melodie mielose giusto quanto basta. Dal 2006, anno in cui il gruppo si è formato realizzando una serie di live che li hanno visti dividere i palchi con gente come Benji B, Alice Russell, Steve Spacek e Dj Krush, sono piovuti apprezzamenti di vario genere, oggi finalmente ci troviamo dinnanzi al loro debutto, decisamente buono: se in alcune soluzioni, per certi versi, ricordano un po’ troppo altri gruppi loro affini, come i PPP o, azzardando, i Sa-Ra Creative Partners, il trio riesce comunque a produrre dell’ottima musica, proponendo trovate davvero interessanti (ad esempio in “Chaser” o nella stessa “Perception”) e mantenendo un tratto molto coerente. In più nel disco sono presenti diversi featuring, alcuni davvero ben riusciti, su tutti quelli di Stacy Epps in “Walk On” e, con una sempre brava Georgia Anne Muldrow, in “This World”. L’album non ha particolari difetti o enormi sbavature, magari alcuni passaggi potevano essere rivisti affinando un po’ il taglio musicale e cercando di essere più incisivi, ma si tratta pur sempre di un debutto (preceduto solo da un 12”, “Perception”/”Longtime”), perciò sinceramente c’è ben poco da appuntare.
Voto (1-5): 4—
via RapManiacZ